Giugno 2004

     

 

Esame di Maturità: le “ impressioni” del Miur
Perché anche il Miur ha un animo…

di Massimo Cavallina

Giova riprendere, ora che sono in corso gli esami conclusivi di Stato (ex Maturità), una lunga lettera circolare che il MIUR ha inviato a tutte le commissioni di esame il 1 marzo u.s.


Giova (si fa per dire) per comprendere - ancora di più - quale sia la politica scolastica che da molti anni si va perseguendo.


In primis, il documento costituisce un pesante attacco al lavoro che non senza difficoltà e personale impegno di aggiornamento e di autorevisione, noi docenti portiamo avanti dall’a.s. 1998-99, mentre enumera, con disinvoltura, una serie di affermazioni alle quali cercheremo di dare risposta.

L’assunto iniziale della circolare (a cui cercano di dare sostanza successivi paragrafi e commi) è che si sia verificata negli ultimi anni “una caduta di impegno da parte del corpo insegnante e degli studenti, rispetto ai primi anni sperimentali”, cioè agli anni in cui si passava, non senza apprensione, dal precedente ordinamento dell’esame a quello attuale. L’affermazione così generalizzante da lasciare disorientati, non è comprovata da un solo dato quantitativo che la possa sostenere; senza evidenze documentarie, ciò che si afferma rimane nell’ambito dell’opinione, dell’impressione, se non proprio della chiacchiera o del pregiudizio.


Che dire, allora? Niente di meno che quasi sicuramente si considera negativo il fatto che le ripetute esperienze di partecipazione all’esame conclusivo hanno probabilmente reso i commissari meno ansiosi e più pragmatici nell’espletare le procedure richieste, e nell’ affrontare con sufficiente tranquillità anche le novità successivamente introdotte, cioè le commissioni totalmente “interne”, ed il presidente “unico” per ogni Istituto.

Curioso che il documento tragga sostanza – si fa per dire – “da numerose relazioni di presidenti di commissione e di ispettori tecnici”, presentate a conclusione dell’ultima sessione degli esami di Stato: quella del 2003, dunque. Ma proprio questa sessione ha visto l’esordio del presidente “unico”, diviso fra tutte le classi-commissioni dell’Istituto, costretto dalle circostanze a dedicare un tempo assai ridotto a ciascuna di esse. Un nuovo presidente che saltabecca da una classe ad un’altra: al massimo potrà garantire la regolarità burocratica, l’osservanza formale dei regolamenti, evitando errori o abusi. Quanto alla sua capacità, nelle attuali condizioni, di giudicare aspetti qualificanti dell’esame, quali sono quelli didattico-valutativi, a monte e a valle dello svolgimento delle prove e del colloquio, sembra lecito avanzare qualche dubbio.

Fra le “impressioni” del M.I.U.R. (è un termine usato nel documento) rientra la persuasione che le commissioni finiscano per appiattire i risultati finali dell’esame sul giudizio sommativo di ammissione all’esame stesso. A questo proposito è bene ricordare, a chi fingesse di non saperlo, che la commissione d’esame è attualmente tutta interna al consiglio di classe, quel consiglio che pochi giorni prima dell’esame ha scrutinato gli alunni, e che se li ritrova davanti pochi giorni dopo per porre loro gli stessi quesiti e gli stessi argomenti di discussione dell’anno scolastico appena trascorso, in un’atmosfera appena più solenne e formale. E’ realmente possibile ritenere, in questo quadro, che si verifichino scostamenti significativi fra i risultati dell’anno scolastico e quelli dell’esame? E se la possibilità di tali scostamenti è così cara al Ministero, perché non ripristinare una commissione prevalentemente esterna, così da creare una situazione realmente dialettica fra le valutazioni di ammissione e quelle scaturite dall’esame stesso?

Altre affermazioni del documento ispirato dal Ministero destano perplessità: ad esempio, quella che recita: “Dal Documento del 15 maggio dei consigli di classe non sempre emerge una effettiva programmazione finalizzata all’esame”. Molti di noi pensano che la programmazione sia finalizzata a realizzare gli obiettivi inerenti ad ogni disciplina, a fare acquisire agli alunni delle competenze articolate in indicatori dotati di congruità e sensatezza, a svolgere certi contenuti senza i quali le asserite competenze altro non sono che la confezione di imballaggio del nulla. Tutto ciò, naturalmente, dovrebbe rientrare in quell’orizzonte di significato più ampio – in termini educativi, ma anche di pertinenza di ciascun corso di studi – a cui si dà ordinariamente il nome di “obiettivi trasversali”.


Impariamo invece che la programmazione veramente importante è quella “finalizzata all’esame”: l’estensore della circolare, forse al di là delle sue stesse intenzioni, rievoca una realtà scolastica ormai tramontata, fatta di programmi ministeriali rigidamente normativi e totalmente puntati sui contenuti disciplinari. L’anno scolastico – tutti lo ricordiamo, come docenti o come studenti – diventava allora una esperienza a metà strada fra la corsa al galoppo e la corsa ad ostacoli, con l’ossessione di fare tutto, di completare tutto, “non si sa mai, può venir fuori all’esame…”

Chiudiamo con una contro-osservazione ad un passaggio della circolare, relativo ad un argomento sul quale avremmo dovuto esprimerci già in passato. A proposito della prima prova scritta dell’esame, il M.I.U.R. ci manda a dire che: “Se è positivo il fatto che le scelte dell’analisi del testo, del saggio breve e dell’articolo di giornale sono ormai prevalenti rispetto al tradizionale ‘tema’, ciò non vuol dire che vi corrisponda una effettiva capacità di comunicare in termini adeguati e corretti e con contenuti apprezzabili, giacché le forme innovative di scrittura non sempre si discostano dal vecchio tema”. Credo che con tale affermazione si possa in generale consentire, anche per riscontri effettuati ‘sul campo’.


Tuttavia, la logica inquisitoria che sostiene le argomentazioni della circolare conduce immediatamente, inesorabilmente, ad additare i colpevoli: sono i docenti (c’era da dubitarne?) che non hanno adeguatamente preparato gli alunni con un training almeno triennale, eccetera eccetera.


Dove sta il punto debole di tale ragionamento, di tale reprimenda?


Lo sintetizziamo così: scrivere un saggio, breve o lungo che sia, per una rivista o un periodico; scrivere un articolo giornalistico per una testata ‘seria’; stendere una relazione logicamente articolata e fondata su dati conoscitivi… richiede una competenza professionale articolata e complessa che si acquista attraverso una specifica formazione ed un impegno di lavoro nel settore prescelto. Una professionalità che talvolta neppure chi scrive per mestiere possiede in misura sufficiente, come dimostra l’abbondanza di giornalismo scadente ospitato sui giornali e sugli altri canali di comunicazione di massa.1


E si vorrebbe che studenti, adolescenti o poco più che tali, esprimessero in queste forme di scrittura e comunicazione degli (cito) “standard soddisfacenti”? Velleitarismo, ingenuità, vedete voi.

Massimo Cavallina
(Istituto Einaudi, Ferrara)

 

 

1 A conferma di queste riflessioni, si veda l’intervista ad Alberto Papuzzi, su “Giornalismo e Scuola”, a cura di Stefano Borgarelli, apparsa su “ rofessione docente”, Maggio 2003 (ndr)



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