 
|
Le competenze legislative, in
materia di Istruzione ed Istruzione e formazione professionale
assegnate alle Regioni dalla riforma del Titolo V della
Costituzione cominciano a produrre i primi risultati.
In attesa di conoscere la struttura dei nuovi Licei previsti
dalla Legge 53/2003 e di sapere dove verranno collocati gli
istituti Tecnici, le Regioni hanno iniziato le prime attuazioni
delle loro prerogative. E naturalmente, in ciò, si sono ispirate
alle visioni politico-sociali dei relativi schieramenti
politici.
Mentre l’Emilia Romagna ha approvato una Legge sull’istruzione
superiore ispirata al principio dell’integrazione, la Lombardia
ha ideato un’ esperienza (quella dei Politecnici) ispirata
invece alla separazione dei percorsi, pur presenti nello stesso
polo scolastico.
Il contributo del collega Boldrini rappresenta un commento
articolato della proposta lombarda.
Sul sito della Gilda Lombardia (www.gildami.it)
si trova tutto il progetto, mentre sul sito del Centro Studi (www.gildacentrostudi.it)
si trova un’ampia e approfondita sintesi del progetto a cura di
Gianluigi Dotti. |
Politecnico Territoriale?
di Telesforo Boldrini
Il
sito della regione Lombardia ospita il cosiddetto progetto di
POLITECNICO TERRITORIALE. Esso è importante perché rappresenta il
prototipo del canale formativo previsto dalla riforma Moratti ed è
stato presentato a varie scuole come proposta di sperimentazione da
avviarsi a partire dall’anno prossimo (2004-2005). Tenendo presente
che la Lombardia tende ad assumere il ruolo di Regione capofila in
questo iter, diventa importante analizzare le implicazioni che esso
comporta.
Cominciamo a dire che nel politecnico territoriale è previsto un
iter di 7 anni con possibilità di uscita al primo, al terzo, al
quinto ed al settimo verso il sistema dei licei e dell’Università.
Le aree di studio, nettamente divise tra quelle di carattere
formativo e quelle tecniche, comportano mutamenti strutturali che
poi vedremo.
Ad una prima analisi diventa evidente che l’organizzazione del
Canale derivi principalmente da due modelli, uno costituito dalle
scuole di formazione professionale tedesche l’altro dai corsi di
formazione professionale della Regione. In effetti questo modello di
scuola dovrebbe assorbire sia i corsi professionali delle scuole
statali che i Corsi di Formazione Professionale della Regione; in
dubbio rimane la sorte degli istituti tecnici, presso i quali è a
tutt’oggi allocata la maggior parte dei Licei Tecnologici, e per i
quali esiste in ogni caso un grave problema di riutilizzo dei
docenti.
Il progetto presentato, anche non partendo da pregiudiziali
contrarie al doppio canale caratterizzante la riforma, suscita
diverse perplessità.
La prima riguarda proprio la flessibilità del modello che dovrebbe
essere garantita dai L.A.R.S.A, cioè da un sistema di moduli
individualizzati che dovrebbe permettere agli allievi di cambiare
tipologia di percorso: dai licei ai politecnici e viceversa; dai
Moduli Nazionali ai Moduli di Offerta territoriale (UDAC) che
consentirebbero un più facile accesso al mondo del lavoro.
Osservando il quadro orario si nota subito che la caratterizzazione
culturale di questo tipo di scuola è sicuramente più vicina agli
istituti professionali ed ai CFP che non agli istituti tecnici, per
esempio nell’aerea linguistica l’Italiano (sommate le ore di
italiano e linguaggio multimediale) ha in sette anni 5 ore in meno
rispetto a quelle che attualmente ha nei 5 anni degli istituti
tecnici . Questo significa che il livello culturale di tali scuole
ben difficilmente permetterà il passaggio di allievi al sistema dei
licei e probabilmente alla maggior parte dei corsi universitari, e
che forse solo un po‘ meno difficile sarà il recupero di operatività
tecnica da parte di alunni provenienti dal liceo che si dirottano
sui Politecnici. E’ dunque evidente che se non si cede alle lusinghe
di una facile demagogia, il sistema, al di là delle promesse, non
consente facili passaggi e che la scelta dello studente risulta di
fatto pressoché irreversibile, nonostante i LARSA prevedano massicce
dosi di ore di supporto da effettuarsi nelle aeree di debolezza dei
rispettivi passaggi di riorientamento.
Per quanto riguarda l’inserimento nel mondo del lavoro è evidente
che esso dipenderà dal livello di efficienza delle strutture locali,
dal loro collegamento col mondo del lavoro e dalle capacità
imprenditoriali (sic!) dei D.S.
Le maggiori perplessità riguardano però il sistema di gestione del
personale scolastico.
Bisogna dire che di fatto nei Politecnici esso viene diviso in 3
raggruppamenti:
- il primo, quello impegnato nei corsi formativi, dovrebbe essere
assegnato in dotazione alle varie scuole per un periodo di 5-7 anni;
- il secondo, quello dei docenti tecnici, entrerebbe in una
dotazione territoriale che probabilmente cambierebbe per la singola
scuola di anno in anno a seconda delle richieste e dei corsi
attivati nel territorio;
- il terzo, costituito dal personale che svolge attività di
controllo e organizzazione dei corsi di tutoraggio, sarebbe l’unico
fisso di ogni singolo istituto.
Naturalmente è sotteso che in questo sistema l’idea tradizionale di
continuità didattica, corso, cattedra e sistema di classi non
esisterebbe più, sacrificata alle necessità di flessibilità
organizzativa del sistema. In tale prospettiva le scuole verrebbero
private di un corpo docente stabile poiché gli insegnanti delle
materie formative resterebbero in organico per un massimo di 5-7
anni, mentre addirittura ogni anno cambierebbero gli insegnanti
tecnici. Con quale vantaggio per gli utenti e per i docenti si può
facilmente immaginare! E’ inoltre da notare che mentre i Corsi di
Formazione Professionale sono nati con una tale organizzazione (non
a caso l’orario dei docenti, anzi FORMATORI-ISTRUTTORI è di 24 ore
di insegnamento e 36 settimanali globali) e in essi fin dall’inizio
sono state individuate le figure di riferimento organizzativo, nella
scuola Statale tali figure di riferimento non esistono ancora.
Davanti alla prospettiva di questa sperimentazione negli istituti
professionali si sono delineate 3 tendenze: l’adesione entusiasta
dei pochi che ricoprono incarichi direttivi o che aspirano a
funzioni coordinative; l’adesione possibilista di coloro che pensano
sia opportuno sperimentare la riforma per correggerne i guasti
maggiori e verificarne gli eventuali vantaggi nella gestione
qualificata dei corsi degli ultimi anni; il rifiuto dei più che
manifestano perplessità sulla proposta in sé e ne temono la ricaduta
sulla loro professionalità docente.
Preoccupazioni anche maggiori desta l’ipotesi di ridurre gli
Istituti Tecnici a Politecnici territoriali. Tale conversione
comporterebbe dal punto di vista della qualificazione culturale un
indubbio degrado, e, dal punto di vista del personale, un
decadimento di condizione da docente a istruttore.
Nell’eventualità che la riforma venisse applicata in questi termini
vedremmo dunque una massiccia richiesta di trasferimento dei docenti
anziani delle materie formative verso il sistema dei licei con un
cataclismatico cambio di docenti in tutte le scuole.
D’altra parte l’eventuale passaggio degli istituti tecnici al
sistema dei licei presenterebbe al momento altri tipi di problemi,
non ultimo, visto l’attuale quadro orario del liceo tecnologico,
quello dell’esubero di migliaia di insegnanti tecnici. Ed è
probabilmente su quest’impasse che la riforma ha rallentato il suo
cammino negli ultimi 2 anni.
Rimangono tre osservazioni, o meglio tre domande, da fare
sull’impianto economico e sociale che questa riforma sottintende.
Le necessità di programmazione, progettazione, verifica e controllo
e certificazione dei vari moduli saranno enormi e richiederanno un
dirottamento dei fondi disponibili per la retribuzione dei docenti
per alimentare un mare di attività burocratiche. Una scuola che
soffre da anni di mancanza di fondi per reclutare e retribuire
ADEGUATAMENTE (in linea con le retribuzioni dei paesi sviluppati) il
personale docente ha proprio bisogno di un’altra grande greppia
attorno alla quale già si sentono volare molti avvoltoi?
Siamo poi sicuri che dal centro verranno trasferiti alle regioni i
fondi minimi necessari per far funzionare il tutto?
C’è infine da rimarcare il fatto che la totale destrutturazione del
corpo docente e dei metodi di lavoro rischia di far perdere il
grande patrimonio, storico, culturale e formativo di molte scuole
che, nel legame col territorio, trovano il loro successo. Non è
questa una grande contraddizione con uno degli obiettivi principali
della riforma, laddove rimarca la necessità, nella formazione, del
legame con le realtà territoriali?
Telesforo Boldrini
Home page
|