Giugno 2004

     

Le competenze legislative, in materia di Istruzione ed Istruzione e formazione professionale assegnate alle Regioni dalla riforma del Titolo V della Costituzione cominciano a produrre i primi risultati.
In attesa di conoscere la struttura dei nuovi Licei previsti dalla Legge 53/2003 e di sapere dove verranno collocati gli istituti Tecnici, le Regioni hanno iniziato le prime attuazioni delle loro prerogative. E naturalmente, in ciò, si sono ispirate alle visioni politico-sociali dei relativi schieramenti politici.
Mentre l’Emilia Romagna ha approvato una Legge sull’istruzione superiore ispirata al principio dell’integrazione, la Lombardia ha ideato un’ esperienza (quella dei Politecnici) ispirata invece alla separazione dei percorsi, pur presenti nello stesso polo scolastico.
Il contributo del collega Boldrini rappresenta un commento articolato della proposta lombarda.
Sul sito della Gilda Lombardia (www.gildami.it) si trova tutto il progetto, mentre sul sito del Centro Studi (www.gildacentrostudi.it) si trova un’ampia e approfondita sintesi del progetto a cura di Gianluigi Dotti.


Politecnico Territoriale?

di Telesforo Boldrini

Il sito della regione Lombardia ospita il cosiddetto progetto di POLITECNICO TERRITORIALE. Esso è importante perché rappresenta il prototipo del canale formativo previsto dalla riforma Moratti ed è stato presentato a varie scuole come proposta di sperimentazione da avviarsi a partire dall’anno prossimo (2004-2005). Tenendo presente che la Lombardia tende ad assumere il ruolo di Regione capofila in questo iter, diventa importante analizzare le implicazioni che esso comporta.


Cominciamo a dire che nel politecnico territoriale è previsto un iter di 7 anni con possibilità di uscita al primo, al terzo, al quinto ed al settimo verso il sistema dei licei e dell’Università.


Le aree di studio, nettamente divise tra quelle di carattere formativo e quelle tecniche, comportano mutamenti strutturali che poi vedremo.


Ad una prima analisi diventa evidente che l’organizzazione del Canale derivi principalmente da due modelli, uno costituito dalle scuole di formazione professionale tedesche l’altro dai corsi di formazione professionale della Regione. In effetti questo modello di scuola dovrebbe assorbire sia i corsi professionali delle scuole statali che i Corsi di Formazione Professionale della Regione; in dubbio rimane la sorte degli istituti tecnici, presso i quali è a tutt’oggi allocata la maggior parte dei Licei Tecnologici, e per i quali esiste in ogni caso un grave problema di riutilizzo dei docenti.


Il progetto presentato, anche non partendo da pregiudiziali contrarie al doppio canale caratterizzante la riforma, suscita diverse perplessità.


La prima riguarda proprio la flessibilità del modello che dovrebbe essere garantita dai L.A.R.S.A, cioè da un sistema di moduli individualizzati che dovrebbe permettere agli allievi di cambiare tipologia di percorso: dai licei ai politecnici e viceversa; dai Moduli Nazionali ai Moduli di Offerta territoriale (UDAC) che consentirebbero un più facile accesso al mondo del lavoro.


Osservando il quadro orario si nota subito che la caratterizzazione culturale di questo tipo di scuola è sicuramente più vicina agli istituti professionali ed ai CFP che non agli istituti tecnici, per esempio nell’aerea linguistica l’Italiano (sommate le ore di italiano e linguaggio multimediale) ha in sette anni 5 ore in meno rispetto a quelle che attualmente ha nei 5 anni degli istituti tecnici . Questo significa che il livello culturale di tali scuole ben difficilmente permetterà il passaggio di allievi al sistema dei licei e probabilmente alla maggior parte dei corsi universitari, e che forse solo un po‘ meno difficile sarà il recupero di operatività tecnica da parte di alunni provenienti dal liceo che si dirottano sui Politecnici. E’ dunque evidente che se non si cede alle lusinghe di una facile demagogia, il sistema, al di là delle promesse, non consente facili passaggi e che la scelta dello studente risulta di fatto pressoché irreversibile, nonostante i LARSA prevedano massicce dosi di ore di supporto da effettuarsi nelle aeree di debolezza dei rispettivi passaggi di riorientamento.


Per quanto riguarda l’inserimento nel mondo del lavoro è evidente che esso dipenderà dal livello di efficienza delle strutture locali, dal loro collegamento col mondo del lavoro e dalle capacità imprenditoriali (sic!) dei D.S.


Le maggiori perplessità riguardano però il sistema di gestione del personale scolastico.


Bisogna dire che di fatto nei Politecnici esso viene diviso in 3 raggruppamenti:
- il primo, quello impegnato nei corsi formativi, dovrebbe essere assegnato in dotazione alle varie scuole per un periodo di 5-7 anni;
- il secondo, quello dei docenti tecnici, entrerebbe in una dotazione territoriale che probabilmente cambierebbe per la singola scuola di anno in anno a seconda delle richieste e dei corsi attivati nel territorio;
- il terzo, costituito dal personale che svolge attività di controllo e organizzazione dei corsi di tutoraggio, sarebbe l’unico fisso di ogni singolo istituto.


Naturalmente è sotteso che in questo sistema l’idea tradizionale di continuità didattica, corso, cattedra e sistema di classi non esisterebbe più, sacrificata alle necessità di flessibilità organizzativa del sistema. In tale prospettiva le scuole verrebbero private di un corpo docente stabile poiché gli insegnanti delle materie formative resterebbero in organico per un massimo di 5-7 anni, mentre addirittura ogni anno cambierebbero gli insegnanti tecnici. Con quale vantaggio per gli utenti e per i docenti si può facilmente immaginare! E’ inoltre da notare che mentre i Corsi di Formazione Professionale sono nati con una tale organizzazione (non a caso l’orario dei docenti, anzi FORMATORI-ISTRUTTORI è di 24 ore di insegnamento e 36 settimanali globali) e in essi fin dall’inizio sono state individuate le figure di riferimento organizzativo, nella scuola Statale tali figure di riferimento non esistono ancora.


Davanti alla prospettiva di questa sperimentazione negli istituti professionali si sono delineate 3 tendenze: l’adesione entusiasta dei pochi che ricoprono incarichi direttivi o che aspirano a funzioni coordinative; l’adesione possibilista di coloro che pensano sia opportuno sperimentare la riforma per correggerne i guasti maggiori e verificarne gli eventuali vantaggi nella gestione qualificata dei corsi degli ultimi anni; il rifiuto dei più che manifestano perplessità sulla proposta in sé e ne temono la ricaduta sulla loro professionalità docente.


Preoccupazioni anche maggiori desta l’ipotesi di ridurre gli Istituti Tecnici a Politecnici territoriali. Tale conversione comporterebbe dal punto di vista della qualificazione culturale un indubbio degrado, e, dal punto di vista del personale, un decadimento di condizione da docente a istruttore.


Nell’eventualità che la riforma venisse applicata in questi termini vedremmo dunque una massiccia richiesta di trasferimento dei docenti anziani delle materie formative verso il sistema dei licei con un cataclismatico cambio di docenti in tutte le scuole.


D’altra parte l’eventuale passaggio degli istituti tecnici al sistema dei licei presenterebbe al momento altri tipi di problemi, non ultimo, visto l’attuale quadro orario del liceo tecnologico, quello dell’esubero di migliaia di insegnanti tecnici. Ed è probabilmente su quest’impasse che la riforma ha rallentato il suo cammino negli ultimi 2 anni.


Rimangono tre osservazioni, o meglio tre domande, da fare sull’impianto economico e sociale che questa riforma sottintende.


Le necessità di programmazione, progettazione, verifica e controllo e certificazione dei vari moduli saranno enormi e richiederanno un dirottamento dei fondi disponibili per la retribuzione dei docenti per alimentare un mare di attività burocratiche. Una scuola che soffre da anni di mancanza di fondi per reclutare e retribuire ADEGUATAMENTE (in linea con le retribuzioni dei paesi sviluppati) il personale docente ha proprio bisogno di un’altra grande greppia attorno alla quale già si sentono volare molti avvoltoi?


Siamo poi sicuri che dal centro verranno trasferiti alle regioni i fondi minimi necessari per far funzionare il tutto?


C’è infine da rimarcare il fatto che la totale destrutturazione del corpo docente e dei metodi di lavoro rischia di far perdere il grande patrimonio, storico, culturale e formativo di molte scuole che, nel legame col territorio, trovano il loro successo. Non è questa una grande contraddizione con uno degli obiettivi principali della riforma, laddove rimarca la necessità, nella formazione, del legame con le realtà territoriali?


Telesforo Boldrini

 

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