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Numero 5 - Maggio 2012
Numero 5 Maggio 2012

Tempo di lavoro, tempo di studio

La scuola come contenitore delle frustrazioni delle famiglie


25 Aprile 2012 | di Fabrizio Reberschegg

Tempo di lavoro, tempo di studio Le recenti superficiali esternazioni del Ministro Profumo in merito all'opportunità di limitare, se non abolire, i compiti a casa per gli studenti appaiono sconcertanti e decontestualizzate. Il problema vero non è tanto quello degli studenti che sono chiamati a fare i compiti, quanto quello dei genitori che si sentono sempre più inadeguati a seguire l'educazione dei figli in un mondo che si fa sempre più complesso e incerto. I figli in Italia e in altri paesi postindustriali sono diventati merce rara e sono inseriti in contesti familiari in rapida trasformazione. Tra il 1998 e il 2011 la quota di minori senza fratelli è salita dal 23,8% al 25,7%; i minori con 2 o più fratelli sono diminuiti dal 23,1% al 21,2%; sostanzialmente stabili al 53,1% coloro che hanno un solo fratello. E' raddoppiato il numero di minori che vivono con un solo genitore: dal 6% del 1998 al 12% del 2011. Nello stesso arco di tempo è diminuito dal 40,5% al 28,7% la percentuale di minori con padre occupato e madre casalinga. Sono dunque ormai di più i minori che hanno ambedue i genitori occupati (41,5%) rispetto a quelli che hanno la madre casalinga. Questi i recenti dati Istat che non prendono in considerazione la notevole quota di genitori che lavorano in nero o fanno il doppio lavoro.

Meno figli con genitori ambedue costretti a lavorare per garantire la riproduzione familiare con situazioni ancora più difficili in caso di separazione. La figura tradizionale della casalinga-mamma cui era demandato il compito di seguire i figli nelle traversie scolastiche è venuta meno. Ma è bene ricordare che si trattava spesso di miti legati a determinati ceti sociali. Chi ha una certa età (cinquanta-sessanta) non ricorda di madri o padri, inseriti in una famiglia allargata a nonni e parenti vari, che avevano la preparazione o il tempo per aiutare effettivamente i figli nello studio domestico. Si dava per scontato che i compiti a casa dovessero essere fatti dai figli e che si dovevano fare. Si costruiva così un percorso di responsabilizzazione in cui tempo di studio e tempo di gioco e svago erano frequentemente gestiti collettivamente con compagni di scuola, amichetti, parrocchie e vicini di casa.

Lo sviluppo economico industriale ha segnato la prevalenza della famiglia nucleare e la necessità a partire dagli anni settanta di collocare i figli in ambiti di protezione istituzionale tra i quali la scuola è stata identificata come elemento centrale. L'incremento del tempo-scuola (tempi pieni, sperimentazioni, ecc.) è stato direttamente proporzionale all'incremento del tempo di lavoro delle famiglie. Non è un caso che i tempi pieni siano stati un fenomeno più accentuato nelle aree sviluppate del Paese e che tuttora siano poco richiesti in vaste zone del meridione. La mancanza strutturale di politiche a favore della famiglia (affitti, asili nido, sgravi fiscali, servizi per l'infanzia e l'adolescenza, ecc.) e la crisi progressiva del ruolo sociale della famiglia ha accentuato la funzione della scuola come agenzia cui sono state demandate tutte le principali competenze educative. La scuola dei progetti, delle educazioni, delle attività ludico-ricreative nasce in questo contesto fino a stravolgerne il ruolo tradizionale e si è sviluppata negli ultimi trent'anni con modalità invasive e spesso lesive della funzione e del ruolo dei docenti.

Tale situazione ha avuto il sostegno più o meno esplicito delle varie mode pedagogiche per le quali si impara divertendosi senza fatica e con insegnanti-mamme-papà che devono comprendere, interpretare, intervenire per aiutare gli allievi. Il famoso ''diritto al successo formativo'' e ''lo stare bene a scuola'' berlingueriani ne sono una sintesi efficace. Negli ultimi decenni ciò è stato ancor più accentuato dalla convinzione che solo ottenendo i migliori risultati scolastici e universitari si potesse dare un futuro ai giovani e allo sviluppo del paese. L'effetto è stato quello di amplificare l'ansia di prestazione per i figli (pochi) da parte delle famiglie scaricando sulla scuola e sui docenti le responsabilità dei fallimenti e delle mancate performance (ogni fallimento di uno studente è il fallimento dei docenti..). Il fatto di chiedere a genitori sempre più deresponsabilizzati e oberati da preoccupazioni e lavoro di occuparsi di controllare che i figli facciano i compiti a casa è visto così da molti come indebita ingerenza nella nuova divisione dei ruoli: alla scuola l'educazione e la formazione, alla famiglia il tempo dello svago, delle attività formative privatistiche, per chi se lo può permettere (sport, danza, strumento, corsi di lingua, ecc.), e degli affetti scandito dai tempi di non lavoro. Le proposte di orari scolastici con sabato e domenica liberi vanno in questo senso.

Tutto questo si inserisce in una visione ideologica che interpreta il ruolo della scuola come servizio e non più come istituzione, un servizio a domanda individuale con al centro i desiderata dei clienti (famiglie e studenti). La Ministra Gelmini già si era fatta carico di porre in essere tale visione, in sintonia con la visione berlingueriana, ma operando paradossalmente i tagli più profondi proprio sul tempo scuola con la finalità esplicita di ridurre drasticamente risorse e personale. L'idea, non tanto recondita, è quella di creare un mercato parallelo della formazione privata che consente a chi può di accedere ad una formazione protetta, flessibile e completa (il college anglosassone prestigioso è il prototipo da imitare). Il Ministro Profumo dimostra di non distaccarsi da tale visione e intende farsi carico lui da buon liberista, delle richieste delle famiglie -clienti che non vogliono farsi accollarsi le responsabilità, la fatica e i risultati che lo studio dei figli comportano. L'on. Aprea immagina una governance della scuola schiacciata sui bisogni dell'utenza con docenti assunti e licenziati in funzione del loro gradimento per i clienti. Un panorama sconfortante.

Tutti i docenti sanno che dare esercizi e compiti a casa è indispensabile per far crescere responsabilità e competenze autonome vere in capo agli allievi. Ma è anche vero che molti colleghi sbagliano nel caricare di compiti, traduzioni, esercizi e letture i loro allievi dimenticando che in un consiglio di classe tutti i docenti e tutte le discipline dovrebbero avere pari dignità e che a tante discipline corrispondono tanti compiti. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi hanno diritto ad avere i loro tempi di gioco, conoscenza e anche noia. Sarebbe bene fare una seria riflessione autocritica in questo senso. Trovare un equilibrio e una rinnovata cooperazione tra docenti è sicuramente necessario. Ma è ancor più pericolosa la convinzione che tutto si possa fare a scuola in un contesto come quello italiano in cui mancano i servizi più elementari per consentire alle scuole di essere punti di riferimento, aggregazione e ritrovo al di là delle ore di lezione scandite dagli orari ufficiali. Mancano le mense, manca il personale per tenere aperte le scuole, mancano in troppi casi gli strumenti di ricerca (laboratori collegati in internet aperti tutto il giorno, biblioteche, ecc.), mancano le risorse per attivare compiutamente corsi di sostegno seri e attività complementari che ora sono offerte dai privati a pagamento, mancano gli spazi per lo sport, per la musica, ecc. Manca in concreto una politica di investimento nella formazione degli allievi inteso non più come utenti e clienti ma come titolari di diritti di cittadinanza uguali per tutti.

Di tutto ciò il ministro Profumo sembra avere completa ignoranza. Come altri ministri prima di lui.


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Numero 5 - Maggio 2012
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