
Altri tasselli del progetto di Riforma della Scuola: decreto
sulla secondaria, alternanza scuola/lavoro; diritto/dovere
all'istruzione; nuovi organi collegiali della Scuola. Le valutazioni
della Gilda nelle audizioni parlamentari e negli incontri
ministeriali.
|
Come
tutti ricorderanno, l'immagine del mosaico era cara al
ministro Berlinguer, il quale assimilava, spesso e
volentieri, la sua Riforma (la legge 30 ora abrogata) a
questa particolare forma d'arte.
Evitiamo la facile ironia sulla autocertificazione di
“artista” che il ministro attribuiva a se stesso e di “opera
d'arte” assegnata alla sua legge; proviamo invece ad
utilizzare la stessa metafora, intesa in un senso
differente, riferita, cioè, ad un progetto che rivela le
parti che lo compongono con studiata lentezza, non tanto per
aumentare lo stupore e la meraviglia, quanto per ritardare
la consapevolezza degli effetti devastanti che esso sta
provocando.
Con questo significato, allora, le due riforme possono
essere definite “mosaici” (magari meglio sarebbe non
scomodare questa nobile forma artistica e ripiegare sulla
più acconcia e adeguata immagine di patch-work) perché anche
la Riforma Moratti sta rivelando tutti i frammenti del
proprio progetto.
Riforma della Secondaria di II grado, alternanza
scuola-lavoro; diritto-dovere all'istruzione; nuovi organi
collegiali della Scuola. Un fuoco di fila di novità che
completano e rivelano il progetto della Nuova Scuola.
Analizziamo in questo numero tutte queste novità,
presentando anche le valutazioni che la Gilda ha formulato. |
Riforma delle superiori
Il 19 Gennaio 2004, è stata finalmente presentata la bozza sulla
secondaria di II grado che si trova
sul nostro sito.
Rispetto
alla bozza ufficiosa, di cui avevamo già dato conto nel
numero di Gennaio di “Professione docente”, i cambiamenti si
riscontrano in alcuni quadri orario e in alcune discipline.
Cominciamo con il pubblicare, in questo numero, le prime descrizioni
commentate dei licei cosiddetti “tecnici”, e le prime schede
comparative (pag. 4 e
12). Sul
nostro sito
sono presenti le schede esplicative della fisionomia di tutti i
nuovi licei e comparative con i vecchi ordinamenti.
Ecco, in sintesi, le osservazioni che la Gilda ha proposto sia nei
comunicati ufficiali che nel documento di analisi, tutti presenti
sul nostro sito.
Relativamente all’articolato sulla secondaria, la Gilda (Bozza
riforma, art. 1, comma 3) ha sollevato innanzitutto la questione
delle finalità generali, in evidente e palese contrasto con una
concezione della scuola laica e pluralista, così come disegnata dal
dettato costituzionale.
I
nuovi licei L'operazione di fusione tra ex
Licei e ed ex Istituti tecnici crea un ibrido che, a parole,
vorrebbe essere una sintesi (e dunque un arricchimento, un
potenziamento) dei due sistemi, ma in realtà è uno svuotamento
dell’uno e dell’altro patrimonio di conoscenze e di professionalità.
I licei tradizionali infatti, attraverso la soppressione o la
riduzione di discipline che in questi anni ne hanno garantito
l’eccellenza, vengono inevitabilmente condannati alla mediocrità
culturale e formativa.
Stessa sorte, per altri versi, ai licei di indirizzo che
sembrerebbero raccogliere l’eredità degli attuali istituti tecnici:
anch’essi perdono le proprie specificità e il loro carattere
professionalizzante divenendo inutilmente generalisti in ragione di
riduzioni orarie e soppressione di discipline fondamentali.
Certo è che questi nuovi soggetti “liceali” determinano una
drastica riduzione oraria di molte discipline, la scomparsa di
alcune e, grazie alla distinzione tra materie obbligatorie ed
opzionali, una precarietà degli organici, deprivati di intere figure
professionali oggi operanti nella scuola.
Siamo in presenza, come già è avvenuto per la scuola primaria e
per la secondaria di I grado, di un’operazione che mira
primariamente ad un risparmio economico sulla scuola, presentato
come “rivoluzione culturale”.
I
due sistemi La bozza disegna un sistema a due
gambe di sedicente pari dignità. Infatti, i due canali sono diversi
per durata dei corsi, orari di frequenza scolastica, e
organizzazione degli studi. Il canale, che dovrebbe essere di
formazione/istruzione (e che è affidato alle Regioni), si svolge con
un orario in aula pari a circa 15 ore settimanali, mentre il
restante si svolge in azienda; le attività relative alle competenze
di base (linguistiche, matematiche, tecnologiche, ecc…) sono
concentrate nei primi due anni, mentre le attività didattiche
potrebbero anche essere affidate ad “esperti”, in alternativa ai
docenti. Inoltre, questo secondo canale, mirato alla formazione di
“specifici profili professionali, sulla base dei fabbisogni del
territorio”, sembra orientato alla definizione di figure
professionali meramente funzionali al territorio e al mercato locali
e non ad una dimensione nazionale, europea e, magari, mondiale.
Prevale, quindi, in questo modello l'aspetto della formazione su
quello dell'istruzione. Ciò che preoccupa la Gilda non è solo la
palese disparità dei due canali sedicenti di “pari dignità”, ma
l’idea di una Repubblica che trascuri il miglioramento continuo
delle proprie istituzioni, processo che può avvenire solo attraverso
il rafforzamento della dimensione culturale delle proprie scuole.
Il
passaggio dal vecchio al nuovo sistema La bozza
indica l'entrata in vigore del nuovo sistema dei licei (a.s.
2005-2006) e del passaggio delle competenze relative ai percorsi che
si concludono con titoli e qualifiche alle Regioni (a.s 2005-2006).
Nulla dice della trasformazione del sistema precedente relativo
agli Istituti tecnici e professionali. In sostanza, che gli
Istituti tecnici diventino Licei o che i Professionali transitino
alle Regioni, allo Stato non compete decidere, secondo questo
decreto. Si presume quindi che la delicatissima transizione dal
vecchio al nuovo sistema sia gestito autonomamente dalle Regioni, le
quali, sulla base del Dlg. 112/98, distribuiranno l’offerta
formativa sul territorio.
Cosa comporta questa abdicazione dello Stato nella gestione di una
fase importantissima per la tutela culturale, istituzionale, sociale
di un sistema scolastico che ha svolto una funzione importantissima
nella storia italiana? Più o meno che saranno le Regioni a
trattare le eventuali trasformazioni in licei dei Tecnici e dei
Professionali che volessero diventare Licei, e non è ancora chiaro
se questo processo sia omogeneo sul piano nazionale o diverso tra
Regione e Regione.
Anche se è presumibile che queste ultime rispettino le
specializzazioni esistenti, non è improbabile che si creino
contenziosi, per la cui soluzione si potrebbe temere il ricorso a
strumenti non del tutto trasparenti, poiché connessi alla fisionomia
politica dei governi regionali.
Così come la presenza sui territori regionali di una formazione
professionale già operativa potrebbe creare dei conflitti con gli
istituti professionali statali che volessero rimanere tali. Non ci
si nasconde che la caratteristiche con cui questo decreto disegna il
secondo canale si attaglia più sulla formazione regionale esistente
che sull’istruzione professionale.
Il fatto che le Regioni abbiano già manifestato l’intenzione di
“irrobustire” l’istruzione professionale già esistente, non crea
certo tranquillità sulla sorte degli istituti professionali statali.
(Sintesi dei comunicati del
Coordinatore nazionale del 13 e del 27 gennaio 2005 e del Commento
analitico sulla bozza di Decreto: tutti su
www.gildains.it)
La nuova proposta sugli
Organi collegiali della Scuola è stata accolta dalla VII Commissione
della camera.
ORGANI COLLEGIALI: UN RESTYLING?
Disegna effettivamente un nuovo governo delle scuole? In questo
articolo, i punti salienti.
di Serafina Gnech
Più
di trent’anni sono passati da quando gli organi collegiali sono
entrati nella scuola, almeno sette da quando si è ricominciato a
discuterne. Varie proposte di legge giacciono negli archivi del
parlamento, di vario tipo e diverso marchio politico, tutte con il
loro corredo di proposte, contro-proposte, emendamenti vari.
Proposte incagliate nelle secche di una riforma lenta, faticosa,
stancante. E tutte hanno la loro etichetta. Anzi, non una, ma molte
e di diversa provenienza. Spicca fra le altre l’etichetta
confindustriale (abbasso l’assemblearismo!), divenuta sempre più
vistosa ed ingombrante con il passare degli anni, e poi c’è quella
sindacale, anzi, quelle sindacali: la rossa cigiellina, ovviamente
in testa; e a rimorchio, più sbiadite, ma pur sempre leggibili, la
cislina, la uilllina. In coda – mai a tinta unita – la snalsina. E
poi ci sono le etichette giornalistiche, con Panebianco in questo
caso in testa.
Difficile trovarne una ‘scolastica’. I docenti stanno ‘dentro’ e chi
sta dentro – si sa – non ha la distanza necessaria per giudicare…
Giochini inutili? Eh, no! Nel pallottoliere politico, l’etichetta ha
un ruolo primario: è utile per l’arruolamento delle truppe, la loro
collocazione. E’ come la bandiera per un esercito o l’ombrello per
una guida turistica. Solo che in questi anni non ci sono state né
guerre né gite turistiche: solo un gran vociare ed un gran
spostamento di truppe.
Che la battaglia o il viaggio comincino ora? Con il recente testo
Bianchi Clerici (1)? E’ possibile visto che la battaglia sembra
virtuale ed il viaggio senza alcun rischio, proprio come fosse
firmato Alpitour.
A questa proposta l’etichetta vogliamo metterla noi, ma come
metteremmo il titolo ad un capitolo: solo dopo averlo scritto, e per
sintetizzare ciò che sta dentro. Anche se il capitolo – ed ancor
meno il romanzo, quello della scuola – non l’abbiamo scritto noi…
Vediamo allora e seriamente di fare il nostro bravo elenco analitico
di punti. L’etichetta ne verrà fuori da sola, alla fine.
Naturalmente dobbiamo dare per scontata – in questa sede – la bontà
della sintesi, rimandando per il resto all’analisi
presente nel
nostro sito
(Gli organi collegiali oggi e domani).
• La nuova proposta non prende atto del fallimento degli organi
collegiali e ripropone il modello esistente della ‘commistione
partecipativa’;
• la nuova proposta amplia le competenze del Consiglio,
sovrapponendole a quelle del Collegio e creando i presupposti per un
contenzioso senza fine;
• la nuova proposta enfatizza l’aspetto gestionale-amministrativo e
marginalizza la docenza;
• la nuova proposta mortifica la funzione valutatrice docente e
formalizza definitivamente la scomparsa della valutazione degli
allievi come ‘cosa pubblica’;
• la nuova proposta conferisce maggiore autonomia professionale alle
scuole pubbliche private che alle scuole pubbliche statali;
• la nuova proposta accentua la logica attuale, estendendo il
modello della ‘commistione partecipativa’ anche agli organismi di
valutazione.
Una ‘lettura’ di questi contenuti può essere condotta analiticamente
su vari piani: il piano giuridico, il piano sociologico, il piano
pedagogico, il piano tecnico, il piano professionale. O
sinteticamente su di un piano solo: quello che investe il senso e
l'“intelligenza” del tutto. Ed è quello che cercheremo di fare in
questo breve spazio.
Nei documenti sulla scuola di questi ultimi anni si è fatto un gran
parlare di ‘professionalità’ docente. E’ ben vero che l’utilizzo del
termine si è accompagnato al suo contemporaneo inquinamento (non a
caso Umberto Eco, in una delle sue ‘Bustine di Minerva’, ironizzò
sulla ‘professionalità dell’idraulico Temistocle”) e che la
“proletarizzazione delle professioni” (2) ha investito un po’ tutti
i paesi del mondo occidentale, resta comunque il fatto che il
docente possiede – innegabilmente – delle competenze specifiche e
strutturate che altri non hanno. Questo determina la sua
professionalità.
Professionalità che richiede possibilità di espressione e di
esercizio. Ma dove? Come? Con quali modalità?
Ridurre il ‘peso’ dei docenti e la loro reale possibilità di
incidere in tutti gli organismi di gestione, spostare sull’utenza la
decisionalità di scelte necessariamente didattiche, deprivare il
docente di quell’elemento cardine dell’esercizio della professione,
che è l’elemento della valutazione, ospitare nella scuola esperti
non-docenti dando loro ugual peso, cancellare con un colpo di spugna
la valutazione professionale, ebbene, tutto questo significa forse
riconoscere la professionalità? E mettere il docente nelle
condizioni di esercitare con profitto il proprio mestiere? Ed è a
questo docente che si chiederà di rendere conto dei risultati? I
risultati?!? Laddove il cosa e il come sono stati decisi da altri…
Non esiteremmo a parlare di una beffa, se non sapessimo di essere
nella stagione dei saldi. I saldi di una modernità morente o già
morta in cui lo stato-nazione rinuncia a quella mobilitazione
ideologica e a quella politica culturale di cui si faceva carico nel
momento in cui si assumeva funzioni integrative. Saldi a favore di
tutte le forze “diffuse e scoordinate” del supermercato post-moderno
(3).
Non siamo noi – i docenti – ad essere messi in svendita. O meglio
siamo noi, ma nella misura in cui siamo dentro il pacchetto. Il
pacchetto in cui i docenti operavano in nome e per conto dello
“Stato”.
C’è di che interrogarci non solo sul nostro destino di categoria, o
sull’intelligenza politica, ma anche sull’intelligenza stessa del
mercato. Che, nel porre-imporre alla classe politica nuovi paradigmi
per la scuola, sembra non volere vedere che intelligenze forti e
potenzialmente pericolose (per il mercato stesso) emergono da altre
realtà.
Ne vediamo ovunque nelle nostre scuole. Abbiano sembianze cinesi o
russe, portano la positiva eredità di paesi in cui il sapere
strutturato è un valore e la docenza è ancora possibile…
E allora? A che cosa ci troviamo di fronte? A un innocuo “restyling“?
O ad una scelta pericolosamente a-politica?
Serafina Gnech
1. Si tratta di un testo unificato adottato
dalla VII Commissione della Camera il 15 dicembre 2004
2. Se ne parla in Donald A., Schon, Il professionista riflessivo,
Dedalo, Bari 1993
3. Queste problematiche sono acutamente analizzate dal sociologo
Zygmunt Baumann nella sua raccolta di saggi La società
individualizzata. Egli riserva alla scuola un intero capitolo
L’istruzione nell’età post-moderna, pagg. 157-176.
Audizioni
Analisi, commenti, giudizi della Gilda
nelle audizioni al Parlamento
Insieme
con la bozza di decreto sulla secondaria di II grado, sono stati
presentati, in un susseguirsi di efficienza produttiva, anche altri
due tasselli della Legge 53/2004: la bozza di decreto sul
diritto/dovere all’istruzione e sull’alternanza scuola/lavoro.
Invitata a due audizioni al Senato (20 /01/05) e alla Camera
(25/01/05) la Gilda, con due delegazioni guidate dal Coordinatore
nazionale, ha espresso questi rilievi.
Premessa per entrambe le valutazioni la riconferma della contrarietà
della Gilda degli Insegnanti all’impianto complessivo della Riforma
Moratti (L. 53/03) e la ferma intenzione di operare in tutte le sedi
istituzionali per una sua totale ridefinizione, non esclusa quella
del referendum popolare abrogativo di tutta la Legge o di
significative parti di essa, si esprimono nel merito osservazioni
sugli schemi di decreto relativi all’ alternanza scuola/lavoro e al
diritto dovere.
ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO
Il
principio della flessibilità negli itinerari degli allievi,
orientato a far sì che l’istruzione possa adattarsi ai ritmi di
ognuno, e l’esigenza di incentivare fasi di apprendimento nelle sedi
di lavoro sono suggerimenti ed indicazioni dell’ OCSE, acquisiti
dalla Commissione europea già dal 1996, e, in quanto tali, già
sperimentati e consolidati negli istituti tecnici e professionali.
Tuttavia lo schema del decreto attuativo dell’art. 4 della Legge 53,
sull’alternanza scuola/lavoro sembra orientarsi verso un adeguamento
passivo della scuola all’ambito lavorativo del territorio che non è
contemplata dalle indicazioni dell’OCSE, né dal Parlamento europeo.
Infatti, il documento dell’OCSE presentato a Roma il 7 maggio 1998,
in cui si esaminano le politiche nazionali dell’ istruzione, pur
raccomandando di ”introdurre una certa flessibilità negli itinerari
degli allievi per far sì che l’istruzione che essi ricevono possa
adattarsi agli interessi e ai ritmi di apprendimento di ognuno”,
chiarisce anche come ”l’attuazione di questa flessibilità non sia di
pregiudizio per la qualità dell’istruzione”.
Tutta la bozza sembra indicare che in questa esperienza la
partecipazione di soggetti “terzi” rispetto alla scuola ( imprese,
associazioni, camere di commercio, industria artigianato) sia di
decisa limitazione della primaria responsabilità delle scuole e dei
docenti, come indica peraltro la legge 53/2004, che definisce
l’alternanza scuola/lavoro una “ modalità di realizzazione dei corsi
del secondo ciclo”.
A riprova di questa impressione, questi elementi: 1)si indica la
necessità per la scuola di correlarsi alle esigenze del territorio e
si trascura l’idea che la scuola sia, invece, motore e strumento di
trasformazione culturale dell’ esistente; 2) si affida ad un
comitato misto la valutazione della validità didattica
dell’esperienza; 3) non sono chiarite funzioni (o ingerenze?) del
tutor esterno nella valutazione; 4) non sono espliciti i rapporti
tra valutazione disciplinare e dei periodi formativi. In sostanza,
un certo sospetto che questa esperienza possa essere ceduta e
sottratta alla scuola , acquistando così l’ aspetto di un segmento
formativo a parte.
DIRITTO – DOVERE
Numerosi i dubbi che la Gilda ha sollevato su questa bozza che
modifica un aspetto della scolarità che ha rappresentato il motore
dell’ evoluzione culturale di tutti i Paesi.
Prima
di tutto, proprio l’elemento costituzionale. La modifica della
dizione di “ obbligo scolastico” contenuta nella Costituzione
italiana, da parte di una legge delega, pare, quanto meno,
azzardata. Anche perché, nella Costituzione, (art. 34), l’obbligo è
congiunto alla “gratuità” . Modificato il concetto di obbligo con
una diversa dizione, non sarà nei progetti del legislatore anche la
variazione della gratuità? Per dirla in parole più dirette: non si
starà pensando di intervenire proprio sulla gratuità, introducendo,
come per la Sanità, i ticket scolastici? Fin qui i dubbi di
costituzionalità: le paventate lesioni dei principi di
obbligatorietà e gratuità finora garantiti dalla nostra
Costituzione, spiegano comunque come il parere negativo della Gilda
sia di ordine civile e politico prima ancora che sindacale.
In secondo luogo. I dubbi che la mancata frequenza delle
istituzioni formative non determini, da parte dei soggetti
istituzionali alcuna reazione. Si allude sì a sanzioni”, in caso di
non assolvimento del diritto/dovere, ma si precisa anche che ai
genitori spetta solo l’ obbligo di iscrizione e non certo di
frequenza e, comunque, le sanzioni inserite nelle leggi scattano
solo quando non si frequenti la scuola. Insomma, una sorta di abile
(o distratto) giro in tondo che sembra modificare completamente ciò
che il decreto vorrebbe introdurre e cioè un aumento di scolarità
Infine. L’ambiguità dell’ apprendistato, considerato come
articolazione del Sistema Educativo nazionale, in contrasto con la
legge 53 che non lo include.
L’apprendistato, che non è tenuto al rispetto dei “livelli
essenziali di prestazione” viene qui considerato come luogo in cui
sia possibile assolvere al diritto/dovere all’ istruzione.
Come sarebbe possibile per i ragazzi che volessero intraprendere
questo percorso, colmare il vuoto dai 13 ai 15 anni ( età in cui si
può iniziare questa esperienza)? E come sarebbe possibile garantire
la possibilità di passaggio dall’ apprendistato ai canali dell’
istruzione e dell’ istruzione/formazione? La Gilda si riservata di
approfondire altri delicati punti nodali inseriti nella bozza di
decreto (unitarietà del sistema formativo, definizione del ruolo
fondamentale delle istituzioni scolastiche, anche per ciò che
concerne la valutazione dei crediti certificati...), per i quali
sono necessarie più specifiche riflessioni, anche di carattere
giuridico, che avrebbero comportato un’analisi molto più articolata
di quanto i tempi delle audizione potessero consentire.
(Sintesi dei due documenti
presentati al Parlamento, presenti su
www.gildains.it)
Home page
|